CHI È GESÙ PER LUISA DE MARILLAC? (2)

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Gesù il redentore

Luisa de Marillac che ha una buona formazione teologica riconosce che «l’Incarnazione del Figlio di Dio serve, secondo il suo disegno eterno, per la Redenzione del genere umano.» (Scritti 818). La rottura tra Dio e l’uomo provocata dal peccato non può durare per sempre. Mandando suo Figlio sulla terra, Dio spera di rinnovare l’Alleanza, e di permettere così all’uomo di ritrovare ciò che dà senso alla sua esistenza. La redenzione, osserva Luisa de Marillac, è una nuova creazione, una ri-creazione, cosa che non sarebbe possibile se non al termine di un lungo processo di trasformazione, di morte e resurrezione della vita.

L’umanità sofferente appare a Luisa de Marillac come un prolungamento dell’umanità sofferente di Cristo. Il servizio d’amore di tutti i vincenziani è una continuazione della Redenzione, permettendo ad ogni povero, umiliato, annientato, di rivivere, di resuscitare, di tornare ad essere un uomo vivo, liberato dal proprio male, dal peccato, un uomo libero. Questa sorprendente riflessione raggiunge quella di Paolo che osò dire: «Io trovo adesso la mia gioia nelle sofferenze che patisco per voi, e quel che manca alle miserie di Cristo, io lo porto a compimento col mio operato in favore del suo corpo che è la Chiesa.» (Col 1, 24).

La Passione del Figlio di Dio è un atto d’Amore così profondo che Luisa lo iscrisse nel blasone della Compagnia delle Figlie della Carità «La carità di Gesù Crocifisso ci spinge». Per Luisa, quest’amore deve animare e infiammare il cuore di tutte le Figlie della Carità a servizio di tutti i poveri. Nella formula con cui conclude le sue lettere, Luisa menzionerà molto spesso quest’amore immenso manifestato da Gesù sulla Croce. «Io sono, nell’amore di Gesù crocifisso, vostra umile serva». Luisa si augurava, per sè e per le persone alle quali scriveva, di essere riempita dello stesso amore che spinse Gesù a morire sulla Croce. Lei fa proprie le parole di San Giovanni nella sua prima Epistola: «Ecco cos’è l’amore: non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è lui che ci ha amati e che ha inviato suo Figlio come vittima espiatoria per i nostri peccati. È in questo che noi ormai riconosciamo l’amore: lui, Gesù, ha dato la sua vita per noi, e anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i nostri fratelli». (1 Gv 4, 10,16)

L’Eucarestia

L’Incarnazione non si limita al tempo della vita di Cristo. Gesù, quando giunge la sua Ora, trova il modo di prolungarla, di fare in modo che egli sia sempre con noi. Luisa de Marillac si stupisce dinanzi a questa invenzione straordinaria dell’Eucarestia. «Al Figlio di Dio non bastava prendere un corpo umano e abitare in mezzo agli uomini, ma desiderava un’unione inscindibile della natura divina con quella umana, lo ha fatto dopo l’Incarnazione con la mirabile invenzione del santissimo Sacramento dell’Altare, nel quale vive continuamente la piena Divinità nella seconda persona della Santissima Trinità». (Scritti 776)

Le sembra che Dio voglia dire e ridire all’uomo tutta la profondità del suo Amore. Se l’Incarnazione manifestava già questo profondo desiderio di unione, l’Eucarestia la realizza in un modo ancor più grande. Luisa de Marillac non si ferma all’aspetto « memoriale e sacrificio » dell’Eucarestia, ma parla a lungo della comunione, questa azione così ammirevole e incomprensibile al senso umano» (Scritti 811).

Ricevere il Corpo di Cristo, è, dice Luisa de Marillac, divenire partecipe di questa Vita di Dio. Il Cristo si dona in nutrimento perchè l’uomo attinga da lui un’energia nuova per compiere il suo scopo nel mondo. Ad imitazione del Cristo, il cristiano è chiamato a far dono di tutto il suo essere se vuole portare vita e amore al suo prossimo. Il ricevimento della comunione apporta una forza eccezionale poiché dà «capacità di vivere in Gesù Cristo, avendolo vivo in noi» (Scritti 812).

In risposta ad un tale dono di Dio, Luisa desidera per sé stessa e per coloro che accompagna nel cammino spirituale «una soave e amorosa unione a Dio» (Scritti 811). È veramente possibile per un essere umano raggiungere una tale unione con il proprio Dio? Il periodo di grazia che segue la comunione consente di restituire a Dio tutta la sua gioia, tutta la propria riconoscenza, poiché il Cristo venendo in noi, ci rende simili a Lui! Rallegriamoci «ammirando questa meravigliosa invenzione e amorevole unione attraverso la quale Dio vedendosi in noi, ci considera tutti nuovamente suoi simili per la comunicazione, non soltanto della sua grazia, ma di sé stesso» (Scritti 811). Luisa non sa come ringraziare il suo Signore e suo Dio d’aver voluto vivere sulla terra perchè tutti gli uomini potessero offrirgli tutta la gloria che la sua Santa Umanità riceve già in cielo.

Conclusione

Luisa ha una percezione molto forte e interiore dell’Amore divino. Come gli scrittori biblici, Luisa riconosce che “Dio è un fuoco insaziabile(Eb 12, 26) . Nel quotidiano della loro vita, le Suore e tutti coloro che condividono il carisma vincenziano, sono invitati a lasciare che questo fuoco divino invada il loro essere, ad accogliere la pienezza dell’amore che lo Spirito diffonde nei loro cuori. È in questa relazione che essi troveranno forza, energia, creatività per compiere il proprio servizio d’Amore verso coloro che soffrono della povertà in tutte le sue forme antiche e nuove.

Luisa riconosce che andare al seguito di Gesù, servire i suoi discepoli sofferenti, significa amare di un «amore non comune» (Scritti 817), cioè di un amore forte, solido, che non si lascia scuotere alla minima difficoltà. Questo grande amore si traduce, concretamente e di giorno in giorno, con l’attenzione per ognuno, la dolcezza, la bontà verso tutti. Più l’Amore di Dio cresce, più vi è una presa di coscienza della dignità di ognuno, della sua libertà, del rispetto che gli è dovuto. È così che il Cristo ha espresso il suo amore.

Scritto da suor Elisabeth Charpy, FdC, della provincia di Parigi e suor Luisa Sullivan, F.d.C. della provincia di Albany/Canada